L’ombrello di Hillary

Finita nel dimenticatoio della diplomazia americana per qualche tempo, all’urlo “mi sono rotta il gomito, non la laringe” Hillary Clinton è tornata a farsi sentire. Dalla Thailandia, una delle tappe del suo non fortunatissimo tour asiatico, ha lanciato un avvertimento all’Iran che conferma quel che fonti di Washington avevano già raccontato al Foglio all’indomani del discorso al Cairo di Obama.
4 AGO 20
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Non ha specificato che si tratti di un ombrello nucleare – ha detto “militare” – ma il meccanismo è chiaro: gli Stati Uniti aiutano Egitto, Arabia Saudita, Emirati arabi, Giordania e tutti quelli che temono la Bomba iraniana (e sciita) a dotarsi di un programma nucleare supervisionato da Washington. La deterrenza a quel punto farebbe il resto. Naturalmente le fonti ufficiali non confermano il cambio di strategia, dicono che si lavora sempre e comunque a prevenire il regime di Teheran rispetto ai suoi progetti negazionisti e catastrofici, ma basta guardare il nuovo libro di un insider come Kenneth Pollack per capire che la nuova via verso l’Iran è quella del pragmatismo realista: c’è persino un capitolo che si intitola “Leave it to Bibi” – che sia Israele a risolvere il problema iraniano (non a caso ieri Gerusalemme ha reagito male alle parole di Hillary: “E’ un errore”, ha detto il ministro per l’Intelligence Dan Meridor).
E’ dunque chiaro che l’engagement nei confronti di Ahmadinejad – che, tra l’altro, giura in questi giorni per il suo secondo mandato, con almeno duemila desaparecidos sulle spalle – fa parte di una strategia a lungo termine di contenimento che non impedirà all’Iran di dotarsi di armi nucleari: è il modello Brzezinski e Scowcroft – quello che tratta l’Iran come se fosse l’Urss. L’Europa ha adottato tale approccio per anni sotto il cappello di “un dialogo costruttivo”: è servito semplicemente a fornire tempo agli ayatollah per rafforzarsi e armarsi, e non ha protetto nessuno.